Non è femmina

Sin dalle epoche più antiche si è interrogato sulla bellezza del creato partendo dalla visione della natura circostante, soffermandosi sui suoi colori, i suoi suoni, comprendendone, fino in fondo, la beltà, ma soprattutto la sua ciclicità: di vita, morte e rinascita.

L’esistenza stessa, dell’uomo così come del resto del creato, cominciava ad esser spiegata e rivelata secondo principi filosofici e cultuali ben precisi che rispondevano in maniera esclusiva alla potenza generatrice della Terra. 

Per quanto il suo culto sia stato diffuso, seppur in maniera differente, tra tutte le civiltà più remote, in ambito occidentale furono i greci e successivamente i romani a promuoverne la pratica devozionale. 

Terra Mater o Tellus Mater, così veniva chiamata la dea Madre Terra del pantheon romano, identificata come nonna di Giove, di Giunone e di altre divinità. Nel contempo venne riconosciuta anche come madre di Saturno e dei Titani. Suo marito era, invece, Caelus: il dio del cielo.

Anche nel cuore della Campania Felix la Madre Terra era oggetto di singolari venerazioni. A lei venne tributato il nome di Mater Matutae: divinità dell’aurora, della fertilità della terra stessa, ma soprattutto della donna. A lei venivano offerti ex voto aventi le fattezze di donne assise in trono con in grembo uno o più bambini in fasce. Vere e proprie sculture in pietra tufacea, in origine corredate da una vivace matrice cromatica, che simboleggiavano la ciclicità della vita così come della natura: perché tutto nasce per morire ed infine risorgere.

Di fronte a tanto mistero, l’uomo, nel corso del tempo, ha reagito provando a fermarne alcuni tratti, specialmente quelli inerenti alla manifestazione di una certa beltà figurativa. 

Cristallizzare momenti di straordinaria suggestione visiva, fatta di cromie e di particolari incidenze luministiche o di originali contrappunti chiaroscurali, questo è l’obiettivo che da sempre persegue l’homo artifex, la cui funzione è strettamente legata alla natura creatix: la relazione tra uomo e natura i cui prodromi sono da ricercare nella cultura classica.

Paesaggisti, vedutisti e fotografi sono stati i diretti protagonisti, dell’arte passata e contemporanea, della riproduzione della natura in tutta la sua dimensione celebrativa. Il patrimonio pittorico, scultoreo e fotografico che oggi è conosciuto a livello universale è a dir poco immenso, di contro scarse sono invece le raffigurazioni riguardanti la Terra ed il processo di devastazione a cui è sottoposta da lungo tempo.  

Sono questi i principi fondanti della riflessione artistica di Salvatore Galante, la manifestazione di una disastrosa bellezza della natura a lui circostante e riguardante il vasto comprensorio della Terrae Laboris.

Il suo obiettivo è mostrare l’incommensurabile fascino di un territorio il cui paesaggio che a partire dall’epoca preromana è stato arricchito da testimonianze architettoniche ed artistiche senza eguali, evidenziando, allo stesso tempo, quanto però sia stato notevolmente modificato e deturpato.

Terra Mea. Per una narrazione visiva di una devastante bellezza, questo il titolo del progetto artistico di Salvatore Galante che ha lo scopo di fornire le coordinate necessarie per riuscire a vedere ancora ciò che è visibile e ciò che non è più scrutabile nel tanto martoriato territorio della piana campana.

Creare per dare una nuova prospettiva di analisi che tenga conto dei sentimenti espressi dopo che l’occhio è riuscito ad incamerare le immagini e l’anima ha cominciato a produrre determinati stati emotivi.

Speriamo che sia femmina

Alla pittura e alla scultura il nostro autore ha affidato il compito di svolgere questa narrazione, rivelandola attraverso semplici forme, sostanzialmente minimal, caratterizzate da poche stesure cromatiche ed essenziali interventi informali.

Tramite scarne composizioni, Salvatore Galante è riuscito a mettere a nudo la drammaticità di una terra oggi nota come infelix: non più feconda. Le sue opere sono caratterizzate dalla presenza di pochi elementi figurativi riconoscibili, mutati nella loro conformazione ed ingrigiti nel loro aspetto, che danno ben l’idea di quale sia la sua personale visione artistica. La vastità dell’immane tragedia della natura è messa in risalto dalle grandi dimensioni da lui stesso adottate. Cartoni e sacchi di juta riciclata sono i suoi supporti preferiti, materiali che proprio per le loro fattezze consentono al meglio di manifestare la sua personale kunstwollen.

Alla investigazione pittorica si è poi affiancata, nel tempo, quella scultorea a cui lo stesso Galante si è avvicinato sperimentando opere plastiche realizzate come materiale antico o naturale come l’argilla dei mattoni refrattari.

Ritornare alla terra per comprendere le origini delle nostre radici, è forse questo il messaggio che vuole inviarci Salvatore: una sorta di invito a guardare, attraverso i linguaggi visivi contemporanei, ciò che ci circonda, provando, però, ad averne rispetto al fine di lasciarlo, quanto più integro possibile, ai nostri posteri.