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“Io divento pittore più lucido
 davanti alla natura”.  P. Cezanne

 

2019, Alba su Nettuno

Sono passati ventisette anni da quando scrissi un testo critico per le opere di Luigi Franzese. Gli eventi della vita, nell’intersecarsi di fili sottili, ci hanno di nuovo fatto incontrare ed è stata l’occasione per scrivere un nuovo saggio sulla sua ricerca artistica.
Osservando i suoi ultimi lavori si può notare che egli è rimasto fedele al suo modo di vedere il mondo. Alieno dal successo e le mondanità nel campo dell’arte, schivo e silenzioso, dipinge perché è il solo modo di esistere. Attento osservatore della natura egli elabora, in maniera personale, tutto ciò che entra nella dimensione della sua coscienza, e, vivendo un rapporto viscerale con la sua terra, San Giuseppe Vesuviano,   partendo dal dato oggettivo, dipinge paesaggi a lui conosciuti, inserendo elementi di iconografia contemporanea. La terra in cui vive è brulla, nera, una terra martoriata dal degrado culturale, morale e ambientale, che vive nel grigiore di una rassegnata accettazione di tutto ciò, ma lui, con i suoi lavori si oppone a questo, ricreando un paesaggio che sembra assomigliare ad un eden personale, uno spazio dove poter respirare liberamente. In Franzese, infatti, la natura si imprime al nostro sguardo, da tempo ha eliminato uomini e cose e in questo “hortus conclusus” si avverte armonia, serenità, si avverte l’emozione dell’artista di fronte alla bellezza della natura e la gioia di aver ricreato quella bellezza sulla tela. Poiché il vero paesaggio è  quello interno, come scrive Roberto Salvini, perché pensare, dunque, che  l’arte debba imitare la natura quando quest’ultima cambia di continuo il suo aspetto non soltanto in se stessa (per eventi stagionali o interventi dell’uomo), ma al nostro sguardo, il quale dà un significato alle cose guardate che ciascuno di noi vede diversamente dagli altri. Come Cezanne, che tutte le mattine andava incontro alla “sua” montagna per percepire le piccole sensazioni, così Franzese va incontro al paesaggio che vede da casa sua, il Vesuvio, la terra nera, gli arbusti, i fiori. È questa per l’artista una magnifica ossessione nel riprendere, montare e rimontare quel paesaggio sempre lo stesso eppure sempre diverso. Diverso all’uomo che dopo tanti anni non si è stancato di ascoltarlo, di raccontare i ritmi della natura, la bellezza di arbusti spinosi, le delicate ginestre, fiori semplici ma incantevoli. Ma come per Cezanne, anche per Franzese il luogo suggerisce motivi di forme, in cui la sua pennellata dà spessore ai piani di colore e identifica il volume  con la stesura cromatica, le zone di colore, infatti, adempiono ad una funzione costruttiva. Davanti ai suoi lavori non vediamo un pezzo di natura passivamente osservato, ma un mondo plasmato dall’occhio dell’artista. Le sollecitazioni che percepisce dall’ambiente in cui si svolge la sua attività artistica servono per ricreare quell’immaginativa che costruisce la pittura: la trasparenza, la luminosità, le innumerevoli gamme tonali partecipano al risalto della forma. Quella realtà a lui tanto nota serve, quindi, da punto d’appoggio per l’operazione creativa che tende a crescere in una dimensione di libera fantasia, in un rispecchiamento di luci, di colori, di sensazioni che traggono la loro forza evocativa da un profondo strato emotivo. Da uomo colto e partecipe egli rifiuta il recupero di un naturalismo veristico e cerca, invece, una trasposizione fantastica del recupero della memoria. A tutto questo vi è arrivato dopo pazienti, faticose sperimentazioni formali, attraverso i vari passaggi obbligati della cultura artistica contemporanea, sempre, per altro, verificando l’effettiva vitalità di ogni esperienza col metro della grande tradizione pittorica.

1990, Eterno respiro

La sua è una natura ricreata, un botanico non riuscirebbe a catalogare i suoi fiori che sono inventati soltanto dal colore, da lievi impasti materici, in una concordanza di rossi e gialli squillanti che si armonizzano con il viola e l’indaco che emergono nella scelta cromatica. I suoi fiori sono diventati una cifra stilistica, una grafia che compare come per imprimere il suo segno nel paesaggio da lui dipinto. Ha eliminato nei suoi lavori qualsiasi cosa che potesse disturbare  quella gioia di vivere tanto cara a Matisse, la sua è una primavera perenne, rinascita di speranze e illusioni, un modo per non sottrarsi ad un compito proprio della pittura, la ricerca di una natura all’uomo congeniale, uno spazio dove poter vivere o sopravvivere, uno spazio calibrato da recondite armonie dettate da una campitura elegante e da forme che il pittore sa calibrare. E quando lo sguardo si alza verso il cielo, Franzese sembra mostrare nuove costellazioni, spazi siderali, l’infinito e il silenzio dove tutto sembra acquietarsi. Un’energia cosmica o meglio una risonanza dello spirito pervade tutte le cose perché non c’è distinzione tra l’animato e l’inanimato. Franzese non risponde a un desiderio venuto dall’esterno, non assolve un incarico, si sente libero e in vena solo con se stesso, come in un monologo.