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Tra le volte della vecchia torre sonnecchia ancora l’aroma del mosto selvatico, il vecchio camino del’400, con la sua corteccia di pietra, rimanda l’eco delle voci, delle inquietudini, delle paure che travagliano gli animi. Come un assedio liberatorio di fiamme distruttive.
Tre studenti varcano la soglia di questo luogo a loro sconosciuto, si muovono con cautela, quasi si nascondono. Due di loro abitano da pochi mesi in questo borgo, ma hanno già imparato i temi basilari del posto: poesia e buon mangiare, anche se sono ancora pervasi da una nostalgia emotiva, tesa al recupero di immagini di casa, di mare, di bruschette con olio e pomodoro.
“E un pizzico di origano, mia nonna lo mette sempre”, sussurra Luca, in una sorta di ricordo disperso, quasi sospeso .
“Certo che come si mangia da noi al sud…”
Non è facile per dei ventenni, che mai hanno lasciato il tetto domestico, trasferirsi altrove, al nord, che poi, a dirla tutta, l’Emilia Romagna proprio nord non è, nella quiete irreale della nebbia, e quel freddo pungente che richiede tempo per farsi accettare.
“Eppure, ragazzi, io mi sto abituando”. Raffaele è quello dei tre con l’anima più vagabonda. Lui ha scelto di non studiare più, ha trovato lavoro in un albergo, Prego signora la sua camera è la 105, le ricordo che la cena si serve dalla 19.30 alle 20,30. Un rituale quotidiano, una serie di mimetiche al servizio della messa in scena turistica.
La Romagna gli piace, appena arrivato a Bologna si sentiva un’anima in pena. “Qui ho raggiunto un equilibrio perfetto, c’è il mare, insomma… non siamo ai Tropici, lo so, però ho un lavoro che non è male. Certo ho un po’ di nostalgia, ma stare bene economicamente ristabilisce ogni misura”.
Anche Giorgio lo ha seguito. Dopo tante insistenze da parte dell’amico è approdato a San Mauro Pascoli. Sogna di fare l’attore. Ama Fellini, e il suo cinema che fa sognare. “Fellini è un creativo, si esprime con immagini che rimuovono la piattezza dalla nostra vita, e rendono più appagante tanta brutta realtà”. Sorride, soddisfatto della sua cultura cinematografica.
“Noleggia di continuo tutti i suoi film, ormai li sa a memoria… Torno a casa e mi tocca guardarli pure a me. Non puoi capire che pazienza che ho con lui, Luca…” Raffaele sorride, docile. È felice che Giorgio sia andato a vivere con lui. Sentiva dentro, già da un po’, l’urgenza di parlare con qualcuno, soprattutto la sera. Parlare anche nel nostro dialetto che sennò qui me lo scordo.
Luca è diverso, ha un suo andare solitario, anche se tiene molto agli amici.
“Io sono salito a Bologna per studiare…”, dice convinto, “e, strano a dirsi, comincio ad amare quella città, perfino il suo clima… A me sembra che anche la pioggia, lì, ha come una sua musicalità, un ritmo tutto suo…sarà che quando cammino sotto i portici mi sento al sicuro”.
“Io no, ho un’anima più marinara, a me manca il nostro clima, mi mancano quelle belle mangiate di pesce, le cozze alla tarantina, la frisella con le alici e la mozzarella… Però, dai, tra poco assaggeremo i famosi cappelletti…” Giorgio sorride, a quell’ora la fame è approdata a un punto di non ritorno.
Da quando sono arrivati al nord si nutrono solo di pasta al pomodoro e pizze fatte in casa. Pomodoro per modo di dire. Pelati, e rigorosamente da discount. Esaurite le scorte di cibo che si sono portati dal sud hanno messo da parte dei soldi per concedersi una cena in questo posto dove aleggia ancora l’anima di un grande poeta.
Luca ci teneva tanto. “Se vengo a trovarvi andiamo a mangiare dove viveva Pascoli?”
Che idea, con tanti posti dove fanno un’ottima piadina, avevano pensato i suoi amici.
Nelle loro teste si snoda ora un dubbio esistenziale: forse Luca proprio stasera lo vedrà, cioè immaginerà di vedere il Pascoli, come dicono da queste parti. Che imbarbarimento l’articolo davanti ai nomi. Raffaele l’ha sempre pensato.
“Sedetevi qui, burdèl”. La voce dell’oste procede alla ricerca di un tavolo. Ha una zeta frammentata, scivola tra i denti, si piega male sulla esse, quasi del tutto rattrappita, la zeta tipica dei romagnoli.
L’interno della locanda è molto curato, rustico ma senza eccessi, una piccola torre all’interno della tenuta che apparteneva al poeta. Sembra emanare un certo fascino anche la tovaglia, candida, sul tavolo scalcinato. Luca ne solleva un lembo, vede incisi dei nomi, delle date, Peccato non ho un temperino con me, pensa.
C’è una penombra calma nel locale, tra il fumo del camino quasi esplodono i respiri. Raffaele fissa stupefatto i piatti che sfilano sotto i suoi occhi: tagliatelle, lasagne, gnocco fritto, coniglio in porchetta. Un tripudio di bellezza. L’acquolina dalla bocca gli passa direttamente nello stomaco, dilatato di fame e desideri.
“Sto preparando l’esame di Letteratura latina, ragazzi, che fatica… però mi piace, ho preferito partire alla grande…” Luca sorride. Un sorriso che si scolora subito negli occhi limpidi, da bambino.
“Dai brindiamo a te allora, io mi segno ogni giorno nelle agenzie di casting, mi fanno inviare mille foto, mi fanno centomila domande e poi… e poi non mi chiamano mai”. Giorgio versa il vino nei bicchieri con un veemente guizzo di sconforto. Sono bicchieri da osteria, non ostentano ma promettono. Il Sangiovese si lascia versare con devozione e appena tocca il fondo del vetro ne diventa l’epicentro.
“Io voglio diventare un poeta…”, Luca sfida gli sguardi degli amici, “per poter raccontare la drammaticità del mondo… e il suo candore. Ma ci vuole tempo…e soldi”.
“Anche la capacità di comunicare le emozioni”, riflette Giorgio.
“Ecco, quella a me manca, e poi non so scrivere… Buono questo vinello, raga…” Raffaele versa ancora da bere. Guarda fuori dalla finestra, distratto da quel cielo gonfio di bianco. Poi vede il cameriere che avanza verso di loro. Dopo tanta fame il sogno si avvera…stanno arrivando i loro cappelletti, annegati nel brodo bollente di cappone.
Ogni cappelletto si lascia masticare suo malgrado, insieme al compenso, come in Romagna viene chiamato il ripieno di “magro”, erbette e ricotta, poi scivola lentamente sulla lingua, senza più crucciarsi delle mani abili che lo crearono. Sbiadiscono le tristezze dai volti dei tre amici, si dimentica la nostalgia, lo zaino con dentro il caciocavallo e l’olio quello buono, tutte le robe che ti danno le mamme del sud prima di partire, forse per farti vincere la solitudine e il rammarico per essere andato via.
Ci sono momenti fatti di cose strane, tipo quando riesci a far convivere chi sei, il posto da dove vieni e che ami, e quello in cui sei approdato. A cui vuoi già bene.
“Ragazzi questa pasta è meglio di un preludio di Bach…dai, tirate fuori dalle tasche i soldi che forse ce ne concediamo anche un altro piatto”, esclama Giorgio. Beve ancora del vino, sa di collina con gli eucalipti, sa di prugna, mirtillo e more, e scende giù come un balsamo speziato, un passaporto per la fantasia.
“Adesso faccio il sofista anch’io…”, Raffaele ride, “lo sapete che la preparazione dei cappelletti risale al Cinquecento, all’epoca della corte estense?” S ’illude che gli altri lo stiano ad ascoltare.
Giorgio divide in due l’ultimo cappelletto, poi, col cucchiaio che gli chiude metà della bocca, fa la conta dei soldi che gli restano in tasca. Attende l’assoluzione dell’amico: “Se mi presti sei euro sono a posto, sennò ne mangio un po’ dei tuoi”.
Raffaele sorride al pudore di quelle parole.
“Eccolo…”. All’improvviso Luca urla, come fa il mare, come fanno i venti. Non sa controllarsi. Guarda quell’uomo appena entrato dalla porta, è sicuro che è lui, il Pascoli, col suo passo cadenzato e quel vezzo di passarsi le mani sulla chioma brizzolata. Si scrolla di dosso il cappotto che sa di pioggia, segue il cameriere che gli ha già riservato un tavolo.
“Grazie”, gli dice. Ha una cadenza vigorosa, fatta di colori forti e sanguigni. Agreste, quasi. Come la sua poesia. Una poesia che rievoca innocenza e paura, e un malessere che resta sempre ancorato in baia.
Luca lo osserva, non gli pare vero che il sommo poeta è lì, tangibile, a un passo da lui. La linea di demarcazione tra sogno e realtà appare sfumata. Si lascia trasportare da quella visione, si abbandona ai sensi, al vino, alla poesia. Forse è solo una forma della mia fantasia, si dice, e nella sua mente riecheggiano i versi di Verlaine, di Leopardi, dell’Infinito, e la fissità immobile di un Fanciullino.
Solo chi ha vissuto una vita di stenti sa che il prezzo da pagare per sognare è molto alto, per quello Luca ha riguardo per l’impressione, per le cose dette sottovoce.
Il grande poeta sembra ancora vivere, nel respiro ansante di questo borgo che lo reputa figlio, e lo trattiene.
“At salut, poeta”. Il proprietario del locale saluta Giovanni, il Pascoli. Lui alza la mano “A tal deg, pataca, vag ad scaraneda, ho freddo, portami un piatto di cappelletti, presto!”
Ride bonario, spezzetta sul tavolo pensieri, briciole di piadina, l’ebbro rilievo dei suoi versi.
I cappelletti e i poeti sono un mistero. Luca guarda il poeta succhiare dal piatto, come un vero contadino. Pensa di vedersi al suo posto, un giorno. Forse. Sarebbe ancora giovane se non avesse già ventidue anni. E solo due maglioni nell’armadio. Ma ha ancora ventidue anni, e lo zaino coi libri rovesciati, ha i suoi versi, e il sapore del Sangiovese appiccicato in gola. Vorrebbe fare tante domande al suo poeta, sull’essere, sul farsi e rifarsi della vita, della storia. Ma non ha il coraggio, o forse sa che neanche Pascoli potrebbe riaccendere una speranza. Si limita a un cenno del capo, un umile saluto. Segue gli amici alla cassa.
“Ci basteranno i soldi?”, Giorgio sorride.
Raffaele paga per tutti, con sguardo fiero. Orgoglioso del gesto. Avvolge la sciarpa lisa come uno scudo intorno al collo. “Andiamo, ragazzi? Si è fatta una certa…”
Luca scende le scale, si avvicina al freddo lentamente.
È mezzanotte, e come tanti anni fa, nel piccolo borgo arriva la nebbia che si fa silenzio, e quel vuoto spaventoso dentro i passi.