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Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcano in Sicilia. Non sembra che la patria risponda. La resistenza dell’esercito è fiacca? Molti hanno scritto su questo. Quello che importa è che nelle alte sfere si fa luce l’idea, seppure contorta, che la guerra deve finire. Il colpo di stato del 25 luglio del re Vittorio Emanuele III ha questo obiettivo.
I quarantacinque giorni del governo Badoglio nascono, scorrono e muoiono ignominiosamente, attorno a questa speranza: basta con la guerra sbagliata!
Se si può scrivere qualcosa su quel periodo l’attenzione deve giocoforza fermarsi su episodi marginali alla grande storia. Uno di questi è rappresentato dal luogo comune che vuole una discrepanza di trattamento dei confinati dal regime da parte del nuovo governo. Il luogo comune vuole che si persegua una amnistia selezionata dei prigionieri politici.
È probabile che non sia andata proprio così. Si prenda il caso di Ventotene, l’isola dell’arcipelago Pontino di 124 ettari nel Tirreno. Con coste relativamente basse nella parte nordorientale dove si trovano tranquille spiaggette, mentre scogliere e falesie predominano nella parte sudoccidentale.
Un’isola resa famosa dal Manifesto di Ventotene, un documento fondamentale per l’europeismo democratico, redatto nel 1941 dai confinati Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.
Un’isola dove trecentocinquanta fra militi fascisti e poliziotti sorvegliano circa ottocento persone, di cui la metà sono comunisti spaccati tra i collettivi e i dissidenti che hanno rifiutato l’aberrazione del patto Molotv-Ribbentrop che ha sancito la divisione della Polonia nel 1939. L’altra metà è costituita da socialisti come il futuro presidente della repubblica italiana Pertini, componenti del partito d’Azione e, soprattutto, dagli anarchici, questi personaggi che attraversano con il loro ideale tutta la storia italiana dagli anni Ottanta dell’Ottocento fino alla metà del Novecento. E che invece oggi appaiono lontani, quasi assurdi!
Nella storia dei quarantacinque giorni (25 luglio 8 settembre) la politica interna vede affrontare anche la questione dei confinati.
Il re mette nella tasca di Badoglio la lista dei ministri, ma è un governo militare, perché questo dev’essere chiaro: l’abbattimento del regime non ha carattere popolare. Il settantaduenne generale non fa una piega, ma che questo nuovo consiglio sia una facciata è dimostrato dal numero delle riunioni: solo due, il 27 luglio e il 5 agosto.
Proprio in quella del 27 luglio vengono prese delle decisioni importanti: la soppressione del partito nazionale fascista (PNF), quella del gran consiglio del fascismo e del tribunale speciale e, ciò che qui interessa, la liberazione dei detenuti politici tranne i comunisti, gli anarchici e jugoslavi, ma anche coloro che sono stati condannati per reati di natura militare o spionistica. Il che vuol dire escludere la maggior parte degli antifascisti, cui spesso sono contestate attività di sabotaggio o propaganda disfattista.
Lo scopo è quello di soddisfare l’opinione pubblica, dimostrare la volontà di procedere allo smantellamento dell’apparato fascista (dalla mattina alla sera del 25 luglio l’Italia cambia colore, il nero dell’orbace delle divise scompare). Il progetto di politica interna è ben chiaro: difesa ad oltranza dell’assetto politico, sociale e istituzionale, attraverso un blocco omogeneo che ha il suo pilastro centrale nell’esercito, comprende l’intera classe dirigente del ventennio epurata dalle sue frange più compromesse, la cooptazione di alcuni vecchi esponenti liberali conservatori.
In realtà un provvedimento di natura generale non c’è, come non è decretata l’amnistia perché questo istituto comporterebbe tutta una serie di conseguenze giuridiche, per esempio il tempo necessario alla preparazione del decreto, meglio adottare la famosa domanda dei familiari alle questure. Il risultato è che le domande dei familiari alle questure ottengono solo l’esito di polverizzare in migliaia di casi il problema e ciascuna ha la sorte che questori, procuratori del re, direttori di carcere, su istruzioni del centro, decidono di dare.
I confinati, per la maggior parte, restano dunque dove si trovano, anche a Ventotene. Nei giorni che seguono Badoglio intensifica i contatti con le forze politiche “antifasciste” capaci di costituirsi in “partito”. L’obiettivo è quello di sfruttarle per il controllo dell’opinione pubblica. Si tratta di corresponsabilizzare, se si vuole di compromettere, sulla gestione del potere, anticipando una sorta di società consolidata in cui ci sia anche posto per forme di dissenso e di critica, purché non provengano dal basso.
Fin dal 29 luglio, quando il decreto n. 668 ha dichiarato soppresso il tribunale speciale i cui reati sono devoluti ai tribunali militare, la rigidità del controllo militare comporta numerosi arresti per chi non rispetta il coprifuoco. Si comprende come, mentre altri nuovi sovversivi vengono rinchiusi in carcere, il governo Badoglio sia tutt’altro che disposto a liberare quelli che già vi si trovano. Tuttavia una cosa è la politica interna e un’altra è la guerra che incombe. E dopo una breve pausa comincia nuovamente ad incombere fisicamente. Gli alleati dal 7 agosto iniziano a bombardare costantemente le città del nord Italia. L’impatto sulla popolazione civile è grande e pressoché in quasi tutte le aree industrializzate del centro nord il malcontento operaio esplode ed ha inizio una serie di scioperi.
Per quattro giorni, tra il 17 ed il 20 agosto, la protesta assume carattere generalizzato. Sono manifestazioni che hanno esplicitamente un carattere politico tra cui assume rilevanza anche la mancata liberazione dei detenuti per reati di opinione.
Le agitazioni rappresentano un banco di prova sia per Badoglio che per l’opposizione antifascista. Di fronte all’estendersi degli scioperi, all’interno dei comitati unitari e dei singoli partiti ci si pone il problema di quale atteggiamento tenere verso il governo: opposizione aperta o collaborazione?
Badoglio è abile nell’approfittare di questa situazione. Nel gestire l’ordine pubblico egli si oppone ai ministri militari favorevoli a una dimostrazione di forza, riuscendo a mitigare sia la repressione della piazza che la successiva repressione giudiziaria dei tribunali militari.
È in questo momento che Badoglio accoglie una delle richieste più pressanti dell’opposizione: la liberazione dei detenuti politici e, a partire dal 20 agosto, dispone la liberazione di molti detenuti politici di rilievo, in particolare comunisti. In questo modo la protesta rallenta e dopo il 23 agosto cessa dovunque.
Gli anarchici, disorganizzati e privi di un programma politico uniforme di fatto sono esclusi da questa politica. Quelli confinati a Ventotene sono militanti in molti casi già estradati dalla Francia, per esempio dal campo di concentramento di Vernet d’Ariège, paese nel quale erano a suo tempo rientrati dopo aver partecipato alla guerra civile spagnola. Tuttavia va sottolineato come nell’ultima decade di agosto solo pochi confinati di Ventotene possono raggiungere il continente noleggiando un veliero, la maggioranza manca dei mezzi per farlo, sicché diversi giornali aprono sottoscrizioni che consentono a questi antifascisti di riottenere la libertà.
Quello che succede nei quarantacinque giorni è la prosecuzione della disposizione operata dal precedente governo fascista in seguito allo sbarco alleato in Sicilia di predisporre lo sfollamento dei confinati delle isole in campi di deportazione posti in terraferma. La maggior parte dei confinati di Ventotene, tra cui quasi tutti gli anarchici vengono trasferiti nel campo di deportazione di Renicci di Anghiari, nella frazione di Motina in provincia di Arezzo, costituito per recludere internati slavi.
Il campo di Renicci, che si estendeva su un’area di 17,5 ettari ed era suddiviso in tre settori a pianta quadrata (il terzo non risulta completato) non comunicanti fra di loro, era stato aperto nell’ottobre 1942, ma non ha lasciato molte tracce: è uno di quei luoghi che l’Italia repubblicana ha deciso di privare della memoria. Eppure esso si distinse per la gravità delle condizioni di vita e l’alta mortalità degli internati: per esempio l’acqua corrente non c’era e le latrine erano all’aperto.
Gli anarchici di Ventotene (ma anche da Ponza e da Ustica) arrivano in questo luogo e alla fine di luglio la popolazione del campo arriva a più di tremila internati. Nel mese di agosto, quindi in pieno governo Badoglio, è in costruzione il terzo settore del campo, capace di accogliere altri tremila internati, e risultano approvati i progetti per la costruzione di un quarto settore, così da far raggiungere la capienza definitiva a circa diecimila internati.
L’otto settembre arriva nel campo creando una situazione di attesa. La resa alle truppe tedesche avviene pressoché ovunque fra il nove e l’undici settembre. Ma incredibilmente ancora il giorno dieci le truppe di stanza al campo sparano sugli internati per ristabilire l’ordine ferendone quattro.
Nel generale clima di sbando di quei giorni, ufficiali e soldati abbandonano il loro posto consentendo così la fuga dal campo degli internati. La maggior parte si uniscono alle bande partigiani locali. Gli anarchici si impegnano risolutamente nella lotta armata, ma spesso si trovano inquadrate nelle brigate comuniste o del partito d’azione.
Anche se partecipano con propri delegati al comitato di liberazione nazionale (CLN) non riescono ad imporre la loro linea politica. In questo modo, continua la loro marginalizzazione iniziata con la discrepanza di trattamento loro riservata come confinati rispetto per esempio ai comunisti e si tratta di domandarsi perché.
Io credo che la legittimazione dei nuovi partiti, in una situazione di paese sconfitto, qual era indiscutibilmente l’Italia del ’43, venisse percepita come concessa dall’esterno, cioè dal loro collegamento con le potenze vincitrici, le uniche in grado di imporre un nuovo ordine. Ed è pertanto chiaro come nella logica di blocchi contrapposti che si andava formando, e che la fine della guerra avrebbe sancito, il governo Badoglio prestasse più attenzione a movimenti come il partito comunista piuttosto che a movimenti libertari come gli anarchici privi di qualsiasi collegamento con le potenze alleate.